Calvi
Risorta: Alla Piccola Libreria “Il Brigante Repubblicano”
Caserta24ore, 24 luglio 2012
Paolo Mesolella
E’ disponibile, in lettura gratuita, presso
Nel 1861 due fazioni si contesero la scena politica nel Meridione d’Italia: da
una parte i liberali filo-Savoia, dall’altra i
clericali filo-borbonici. Nel mezzo mazziniani
repubblicani, garibaldini, anticlericali. Ad avere la meglio
fu il partito filo-piemontese che riuscì ad accentrare intorno a sé il
sentimento patriottico nazionale. Garibaldi, dopo l’incontro di Teano, col re
Vittorio Emanuele di Savoia, fu messo da parte e quasi costretto ad abbandonare
la scena politica in esilio verso Caprera.
Ma i contadini, i cafoni
lavoratori della terra che lo avevano appoggiato si ribellarono ai
galantuomini, ai ricchi e ai proprietari terrieri. Delusi dalle promesse di
“terra” scatenarono la loro rabbia contro il nuovo potere che si andava
costituendo. A quei tempi era galantuomo chi vestiva bene come signorotti,
baroni, possidenti. Così Vittorio Emanuele di Savoia divenne il re Galantuomo, re dei ricchi. Francesco II di Borbone,
che viveva in modo popolare, parlava napoletano, era nato a Napoli, divenne il
re del popolo. Per tale motivo i borbonici non ebbero difficoltà a far gridare
alle masse dei contadini “Viva re Francesco”.
Fu guerra civile: cafoni,
contadini e borbonici da una parte, contro galantuomini, possidenti e liberali
filo piemontesi dall’altra. Una guerra, spesso dimenticata,
durata almeno fino al 1864, degenerata a guerriglia e a mera delinquenza
sociale negli anni successivi con una recrudescenza dei fenomeni di
brigantaggio. Una guerra, forse, troppo in fretta e
superficialmente archiviata alla voce Brigantaggio post-unitario. Una
guerra che i contadini, i braccianti hanno anche rischiato di vincere, quando
il processo di unificazione rischiava di divenire
repubblicano e Garibaldi fece
Ne “Il Brigante Repubblicano si
leggono le speranze di un popolo contadino, in particolare del giovane
Nicandro, il protagonista che, partendo dal luogo ove avvenne l’incontro tra
Garibaldi e Vittorio Emanuele, vive tutti gli eventi storici del tempo, compresi
quelli meno conosciuti come le stragi di Pontelandolfo
e Casalduni. Si arruola nella banda di Carmine Crocco e conosce altri famosi briganti del tempo come Luigi
Alonzi detto Chiavone.
Un romanzo storico che sullo
sfondo ricorda anche la cultura contadina con il maiale nero casertano di S.
Antonio cresciuto per i monaci, gli oggetti di lavoro antichi, i carbonai, la
mozzarella di bufala, la preghiera in latino antico per togliere la sciatica,
la religiosità che spesso rasenta la superstizione, come ad esempio la curiosa
discussione tra briganti sull’opportunità o meno di comprare delle messe
perpetue a suffragio delle loro anime. «Dobbiamo pensare anche a dopo la morte». Qualcuno
rispondeva: «Meglio mangiarli adesso questi soldi, poi si vede».
Arrivò il turno di Nicandro che interpellato disse:
«Voglio solo sperare che una volta morto non ci
saranno più ricchi e poveri. Ricchi che con i soldi ci passeranno davanti,
scavalcando la fila. Tutti uguali dobbiamo essere!».
Un altro brigante: «Stupido! Quelli, i ricchi avranno comprato le messe e ti
passeranno davanti, per questo le dobbiamo comprare
pure noi!». Nicandro, infastidito: «Stupido sarai tu. Alle porte dell’Altro
Mondo, quando si presenteranno i ricchi, san Pietro farà rispettare la fila!».
Insomma, un romanzo storico a tratti
revisionista, che alterna realtà ed invenzione (poca), e che si propone
di insegnare