Pellegrinaggio
al santuario di San Salvatore nel cuore del Monte Maggiore
Redazione CdP, 07 maggio 2012
Giuseppe D'Auria
Ogni anno, la prima domenica di maggio, la comunità
ecclesiale di Giano Vetusto organizza l'inveterato pellegrinaggio che ha come meta il Monte Maggiore per la visita all'antico santuario di
San Salvatore. Prima di giungervi però è ormai tradizione consolidata fermarsi
qualche metro più in alto per far visita a una cappellina ottocentesca dedicata alla Vergine e fatta
costruire per volere di un certo "frate Janne".
Il santuario di San Salvatore ha un'origine incerta. Quel che sappiamo è che
una comunità di frati benedettini già si trovasse in
quel luogo, quando nel 1089 vi si recò sant'Anselmo, il padre della scolastica,
per scrivere in tranquillità una delle sue opere più importanti: "Cur Deus Homo?".
In seguito, nel 1301 il Papa Bonifacio VIII affidò il
monastero all'episcopio di Calvi, come attesta la lapide marmorea, scritta in
latino, conservata tuttora all'interno della chiesa. Soltanto qualche
tempo dopo la presenza dei benedettini cessò. Da allora fino ad oggi, la storia
è a tratti frammentaria, anche se il luogo non ha mai
smesso di essere meta di pellegrinaggi o rifugio per asceti, fino a giungere al
1945 quando, grazie all'offerta di un anonimo devoto, la chiesa venne
restaurata e l'altare ricostruito.
Il sentiero che conduce al santuario si snoda a partire dal
rustico, ma ormai disabitato paesino di Croce, dove la redazione di CdP ha atteso il pellegrinaggio, infatti presso le persone
molto devote alle antiche tradizioni di Giano, si è conservata l'usanza di
raggiungere a piedi, a partire dal paese, l'imbocco del sentiero. L'elemento
caratteristico e tradizionale per eccellenza di questo evento,
è la "Mazz e' Santu
Salvator" (Bastone di San Salvatore) ovvero un bastone di olmo con la
corteccia incisa e successivamente lavorato in modo da formare un motivo
regolare e decorativo. Inoltre il pellegrinaggio è guidato da due croci, una
maschile e l'altra femminile.
Benché il tempo fosse molto incerto, questo non ha
impedito il procedere, attraverso i boschi, del corteo, capeggiato dal parroco
don Pierino Giuliano, il quale ha celebrato la messa domenicale in entrambi i
luoghi di culto, insistendo, nelle sue omelie, sull'importanza cristocentrica della vita cristiana. L'uomo che si sente
perduto, ha ricordato il parroco, non deve disperare, anzi la sua misera
condizione può essere un motivo in più per rivolgersi a Cristo, buon pastore,
il quale oltre ad avere in sé ogni bontà, è anche l'immagine della bellezza,
come don Pierino ha voluto porre in evidenza citando l'aggettivo greco "kalos".
Dopo la celebrazione, eccezionalmente è stata aperta la cripta che si trova
sotto la chiesa. Lì, nel dopoguerra, durante alcuni lavori di ristrutturazione,
vennero alla luce dei resti umani, forse appartenenti
ai monaci benedettini che abitarono il luogo fino al XIV secolo. Fortunatamente
abbiamo avuto modo di esplorare anche quel luogo, accedendovi
tramite una scala angusta.
Al termine del pellegrinaggio, i partecipanti, come di consueto, hanno potuto
condividere tutti insieme quei momenti di felicità con
un pic-nic presso la località Razzano, da cui hanno
poi preso la strada per il ritorno al paese, dove, per concludere questa
giornata trascorsa all'insegna della devozione, hanno espresso la loro gioia
formando, come vuole la tradizione, dei gruppi che a turno intonavano le
litanie dei santi percuotendo con forza i loro bastoni incessantemente sul
terreno, creando una sorta di ritmo tribale, per poi ritrovarsi nella Chiesa madre
per la celebrazione della messa conclusiva.