E' NECESSARIA LA DIFFUSIONE DI UNA CULTURA DELLA LEGALITÀ SOPRATTUTTO NEI GIOVANI, GLI ADULTI DEL DOMANI

 

Calvirisortanews, 30 novembre 2011

 

Lo scorso 19 Novembre 2011 a Calvi Risorta, si è tenuto il Premio Nazionale Legalità e Sicurezza Pubblica in Campania II edizione, che ha riscosso grande successo.

 

Il futuro dei giovani di oggi è sicuramente proiettato nella legalità, nel rispetto della legge, scrive Margherita Marrocco. Continua Margherita: “Le prime leggi da rispettare riguardano la disciplina scolastica, la scuola rappresenta perciò il luogo più adatto per parlare di legalità. A scuola ognuno comprende di avere diritti e doveri e impara a rispettare gli altri. Perché “legalità” è non solo nel rispetto delle leggi, ma anche nel rispetto della libertà e della dignità altrui”.

 

Tra i ragazzi sono diffusi i comportamenti illegali, a partire dalla violazione del codice della strada, ai furti, allo spaccio e consumo di droghe, ma quando si parla di illegalità, la mafia ne rappresenta la massima espressione. E se volessimo, invece, citare dei personaggi che si identificano con la legalità, primeggiano senza alcun dubbio, le figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

 

Ma chi è Giovanni Falcone? Oltre ad essere un mito, un eroe, è un uomo. Nato a Palermo nel 1939, è richiesto, in qualità di magistrato, da Rocco Chinnici a collaborare per un’indagine di mafia. E’ il periodo in cui la Sicilia è in mano al clan dei Corleonesi, periodo in cui uomini di legge come Carlo Alberto Dalla Chiesa e lo stesso Chinnici vengono ammazzati, periodo in cui Tommaso Buscetta inizia la sua collaborazione con la giustizia, dando il via al primo grande processo contro la mafia: il Maxiprocesso. Cosa Nostra, alla fine degli anni 80, viene colpita profondamente, a tal punto che Giovanni Falcone diventa un personaggio scomodo, un personaggio da eliminare, la sua condanna a morte è firmata dal capo dei capi: Totò Riina.

 

Ma nonostante le difficoltà riscontrate all’interno dello Stato e della Magistratura, nonostante accuse diffamatorie, abusi di potere, giochi politici, il giudice continua la sua lotta contro il crimine a testa alta, …fino all’attentato: il 23 maggio 1992 trova la morte insieme alla moglie e a tre uomini della scorta, nella strage di Capaci. Muore così, “un servitore dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”, un servitore dello Stato simbolo della lotta alla mafia, che ancora oggi, a distanza di 19 anni continua a vivere nel ricordo e soprattutto nell’esempio.

 

“Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una sola volta”. Sono parole pronunciate da Giovanni Falcone, con le quali voleva trasmettere la sua idea di legalità.

 

“La mafia”, sosteneva, “non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni. Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l’essenza della dignità umana”.

 

E’ questa la vera essenza di Giovanni Falcone che ha sacrificato se stesso, compiendo fino in fondo, con coraggio, il proprio dovere di magistrato. Un uomo che non bisogna mai dimenticare e che deve essere da esempio per tanti politici e uomini di legge: un modello difficile da eguagliare, ma sicuramente da imitare.