Traffico di reperti archeologici: 12 fermati.
Sospetto legame coi Casalesi
Pupia, 21 gennaio 2011
Meravigliosi crateri a calice e a
volute, raffinate kylix, gorgoni,
satiri, protomi femminili. Sono i capolavori contenuti nell’incredibile bottino –
oltre 633 pezzi per un valore stimato di un milione di euro
– recuperato in Campania dai carabinieri dei beni culturali che all’alba del 20
gennaio hanno fermato una organizzazione di tombaroli accusata di controllare il
saccheggio sistematico dei siti archeologici nella zona a nord est della
regione. L’indagine, denominata ‘Ro.vi.na’,
coordinata dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, era
partita nel 2009 e ha portato all’esecuzione di 12 ordinanze tra il casertano
(a Casal di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, San Cipriano
d’Aversa, Cesa, Mondragone,
Maddaloni), il napoletano (Boscoreale,
Acerra, Pompei, Bacoli) e a
Taranto, Fiorenzuola d’Arda (Piacenza) e Eraclea (Venezia), con arresti domiciliari per cinque
persone e misure cautelari personali (divieto di dimora o obbligo di firma) per
altre sette emesse dal gip di Santa Maria Capua
Vetere. L’accusa è di “associazione per delinquere finalizzata a ricerca
illecita, impossessamento e ricettazione di reperti archeologici provenienti da
scavo clandestino”. Ai domiciliari Annibale Corvino, Salvatore
Zara, Luigi Caterino, Filippo Palma di Casal di Principe, e Giacinto Lunardelli di Acerra. Divieto di dimora per Nicola Verde, 45 anni di Cesa, Mario Luongo, 55 di Casal
di Principe, Nicola Goglia, 37 di Casal di Principe e
Antonio Savastano, 44 di Mondragone. Altre 39 persone denunciate in stato di
libertà.
Tra i capolavori sequestrati anche una oinochoe – ovvero un vaso simile ad una brocca che si usava
per versare il vino – a figure nere del VII secolo a.
C., una oinochoe a figure rosse del IV secolo a. C. con un demone alato ,
attribuito al cosiddetto ‘Pittore di Napolì e due
crateri a campana a figure rosse, riconducibili rispettivamente al ‘Pittore di Dinos (420-450 a. C) e al
‘Pittore di Caivano (340-330 a.
C.). Effettuate 39 perquisizioni nelle abitazioni di
altrettanti indagati ritenuti ‘fiancheggiatori‘ della organizzazione.
Secondo quanto hanno ricostruito gli investigatori, la
banda controllava il saccheggio dei siti archeologici del nord-est della
Campania, nelle aree casertane di Riardo, Teano, Calvi Risorta, e in quelle beneventane
di Sant’Agata dè Goti e Montesarchio. Grazie a pedinamenti e servizi di osservazione fatti anche con l’aiuto di visori notturni e
telecamere ad infrarossi, sono stati identificati i promotori
dell’organizzazione che si servivano di squadre di tombaroli di Casal di
Principe e così avevano riportato alla luce – servendosi anche di spilloni per
sondare il terreno e metal detector – i reperti che sarebbero poi stati messi
sul mercato clandestino nazionale e internazionale.
Non si esclude che il sodalizio possa avere collusioni con
la criminalità organizzata, sottolineano gli
investigatori, perché alcuni degli indagati sono stati già coinvolti in altre
indagini per associazione camorristica e
favoreggiamento della latitanza di esponenti del clan dei casalesi. Ulteriori
“inconfutabili conferme del quadro accusatorio”, fanno notare ancora gli
investigatori, sono venute, nel tempo, da perquisizioni e sequestri che hanno
consentito, al momento, il recupero, complessivamente, di 633 reperti, tra cui
crateri a calice e a volute, skyphos, kylix, gorgoni, satiri e protomi
femminili, e 1000 frammenti, per un valore complessivo di circa un milione di euro.
Le perizie degli esperti sui beni sequestrati hanno
confermato la grande rilevanza archeologica oltre che
venale di molti dei reperti sia per le qualità artistiche sia per l’unicità
delle decorazioni e la raffinatezza dei materiali impiegati. Tutti i
particolari della vicenda saranno illustrati in una conferenza stampa che si
terrà venerdì mattina in Procura.