L’Archeoclub Cales ritrova alla
Reggia la grande tela di Hackert
su Calvi sotto falso nome
Paolo
Mesolella
Caserta24ore,
27 ottobre 2007
Chissà
cosa avrebbe pensato il grande pittore di corte Jacob Philipp Hackert?
La
sua bellissima tela (un olio del 1786 raffigurante la
“Caccia al cinghiale a Calvi”), esposta nella “sala dell’Inverno” di Palazzo
Reale a Caserta, è praticamente irriconoscibile.
Nonostante infatti misuri sette metri di lunghezza per due metri di
altezza, non porta nessuna iscrizione né alcuna data o indicazione che possa
far capire che la famosa tela raffiguri una caccia al cinghiale, tenuta dal Re
Ferdinando IV di Borbone nel Demanio di Calvi, oggi
abbandonato a se stesso.
Se
non peggio: addirittura occupato da contadini. Sembra impossibile ma è vero. La grande tela non solo non è segnata sulle didascalie per i
turisti, ma è stata addirittura scambiata per un’altra.
I
tecnici della Sovrintendenza ai monumenti di Caserta, infatti, nel pannello
illustrativo posto all’ingresso della cosiddetta “sala d’inverno”, hanno
confuso la tela che ricorda la caccia al cinghiale di Calvi con un’altra tela
dell’Hackert “La caccia sforzata con sua maestà che
dà il segno”.
Non
bisogna essere dei grandi esperti per capire che nella quarta sala delle
stagioni, quella dedicata all’Inverno, vi sono le seguenti cinque tele ad olio
di Hackert: (da sinistra) “Manovre militari al piano
di Sessa”, “La caccia del Fusaro”, “Caccia al
cinghiale a Calvi”, “La caccia del ponte di Venafro”
e “Manovre militari a Montesecco di Gaeta”.
Nel
pannello illustrativo, invece, manca la grande tela di
Hackert che parla di Calvi. Eppure
la tela “calena” è particolarmente importante perché è
una delle pochissime tele non firmate dall’autore, perché è uno dei pochissimi
documenti figurati che ricordano il Casino di Calvi e le cacce reali che vi si
tenevano.
La
stanza dell’Inverno, infatti ci ricorda la stagione
della caccia, con i dipinti che ricordano i siti più frequentati dai Borboni. Dipinti di caccia, ma anche dipinti a soggetto
militare. Perché per i borboni la
caccia era metafora di guerra in tempo di pace. Nella stanza
dell’Inverno, in particolare, c’è sulla volta un affresco del 1799 di Fedele Fischetti che raffigura Borea mentre rapisce Orizia.
Gli
ornati, invece, raffigurano figure morte e cacciagioni
e furono dipinti da Filippo Pascale.
I lambrì, le cornici e le svecchiature intagliate e
dorate, invece, sono di Gennaro Fiore e Bartolo di Natale. La stanza
dell’inverno già nel 1799 era ornata da cinque dipinti di Filippo Hackert. Incominciando a sinistra da
“Manovre militari al piano di Sessa”, la caccia del Fusaro,
La caccia sforzata con sua maestà che dà il segno, la caccia del ponte di Venafro, e Manovre militari a Montesecco
di Gaeta.
Con
il tempo, però, la tela della “Caccia sforzata” è stata trasferita a Capodimonte e il suo posto è stato preso dall’olio che
riguarda Calvi. Ma di tutto questo nelle didascalie
non vi è traccia, e la tela che ricorda la caccia di Ferdinando IV a Calvi è
stata dimenticata.
Un’ultima
annotazione: l’assemblaggio tra cacce e manovre militari nei dipinti di Hackert non è casuale: per gli Asburgo-spagnoli, e per i Borboni
di Spagna e di Napoli, la caccia era una metafora di guerra in tempo di pace.
Nel cartellino esplicativo, infine, c’è scritto : “Attualmente la caccia al
Fusaro è sostituita dalla caccia agli Astroni”.
Non è vero: il dipinto della Caccia al Fusaro c’è ancora: quello che manca è il nome della tela
che parla della caccia a Calvi.